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Salesian Sisters of don Bosco |
Bollettino
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Mercoledì 26 Marzo 2003
Non ce l'hanno fatta... La scorsa settimana è stata la settimana della morte. Il tutto è cominciato lunedì scorso. Da poco la gente aveva iniziato ad arrivare, quando ci chiamano: "Sister, sister, una bimba sta molto male". La piccola, di poco più di un anno, è solo pelle e ossa. Fa fatica a respirare. Corriamo a prendere dell'acqua con lo zucchero, qualcosa che le possa dare immediata energia. E facciamo chiamare il dottore. Quando torniamo, meno di un minuto dopo, notiamo che la bimba non muove la manina chiusa a pugno. Rimane immobile, adagiata sulle ginocchia della mamma. E' troppo tardi. La mamma ha camminato a piedi da Bulbula: una cittadina a 40 kilometri di distanza. Il viaggio ha stroncato la bimba, ormai ridotta in condizioni troppo precarie. Mercoledì mattina. Stessa scena. La gente ha cominciato ad arrivare e le mamme del "daily hospital" pesano i bimbi, li lavano e poi prendono il loro posto sotto la tenda di stracci. Improvvisamente ci chiamano. Ancora una volta una bimba, di un anno e mezzo, forse. Sta ormai girando indietro gli occhi. Le labbra sono completemente bianche. Ci dicono che ha la malaria cerebrale. Immediatamente sr. Ines le caccia in gola mezza pastiglia di falsidar, schiacciata e diluita nell'acqua. Dieci minuti dopo la piccola è già mancata. Aveva cominciato a star male il sabato precedente. Erano già cinque giorni che aveva la malaria. In cinque giorni nessuno aveva pensato di curarla: perchè? Perchè era una bambina e non vale la pena di investire risorse, anche di tempo e energie, per una bambina? Per ignoranza, perchè si preferisce aspettare, magari ricorrendo alla medicina tradizionale? Quanti sono i bimbi con la pancia tutta coperta da bruciacchiature che sembrano fatte con una sigaretta o qualcosa della stessa forma e grandezza. Quando non sa cosa fare, la gente ricorre - spesso e volentieri - allo "stregone"... E si va dal dottore quando è tropppo tardi! Sabato pomeriggio. Aldo, un volontario italiano che è qui con noi per i prossimi tre mesi, ci chiama allarmato. E' l'unico a notare che una bimba, dell'età di circa due anni, sta male. Anche lei fa fatica a respirare. Dà l'impressione di non riuscire più a vedere. Sembre disidratata. Sembra che in tutto il giorno la mamma non l'abbia mai forzata a bere. Ma questa non è una ragione sufficiente perchè la piccola stia così male. E' da almeno una settimana che sta nel "daily hospital" e ormai si è ripresa bene. Ancora un po' gracile, ma ormai fuori pericolo. Le cacciamo in gola un bicchiere di acqua e sali. La piccola sembra riprendersi un attimo. Intanto prepariamo la macchina per portarla di corsa alla vicina clinica. Ma è ormai troppo tardi. A questo punto le donne confessano che il papà della piccola, la notte precedente, le aveva fatto raschiare le tonsille da un praticante del luogo. Il cuore ha ceduto, non ce l'ha fatta a reagire a un simile trattamento. Tre bimbe, morte sotto i nostri occhi in una settimana. Tre sono quelle che abbiamo visto. E gli altri???? Quanti sono? Con quale frequenza ci lasciano le penne? In Etiopia non esiste l'anagrafe. Nessun genitore è tenuto a registrare la nascita del proprio bimbo e nessuno deve denunciarne la morte. Questo, assieme alla pratica di attendere anche mesi e mesi prima di assegnare un nome al nuovo nato, porta a pensare che lo statuto di persona sia una conquista e non un diritto: se sei forte abbastanza a sopravvivere, ti meriti un nome e una vita. Altrimenti un qualsiasi vicino di casa ti scaverà una piccola fossa non lontano dalla tua capanna, coperta da qualche sasso per scoraggiare le iene. E sarà come se tu non fossi mai esistito. Anche tua madre non potrà piangerti, perchè non si può piangere un mucchietto di niente nato dopo "X" e prima di "Y". Sr. Elisa salsiszway@telecom.net.et |